lunedì 29 settembre 2014

La Sindrome di Ulisse - segnalato da Andrea Rissignolo

Fonte: la Repubblica

Ansia e nostalgia, la sindrome di Ulisse
DIECI anni fa nessuno ne parlava, oggi diventa sempre più preoccupante il numero di immigrati regolari ma soprattutto irregolari colpiti da disturbi psicosomatici e da somatizzazioni di stato d' ansia. Alcuni esperti la chiamano la "Sindrome di Ulisse", altri la "malattia degli immigrati". I sintomi sono universali: mal di testa, emicrania, dolori addominali o al torace, perdita di appetito, insonnia. È la sindrome del XXI secolo che in questo caso colpisce gli immigrati: lontani da casa, nostalgici e soli, in alcuni casi senza la sicurezza di un lavoro, e con la paura di non farcela.E molti optano per rivolgersi alle strutture ospedaliere. «Non è facile però spiegare ai medici quello che uno sente - racconta Jules, ventiduenne arrivato da più di un anno dal Senegal per lavorare come muratore - Pensavo che il mal di testa o il mio disagio interiore fossero delle banalità, invece mi sono reso conto che quello che cerco è una tranquillità emotiva». In Liguria è recente uno studio regionale realizzato dal dottor Paolo Cremonesi, primario del pronto soccorso del Galliera, insieme ai medici Alice Congiu, Graziella Cuneo e Valentina Roccati, nel quale si analizza e monitora dal 2006 al 2009 la salute dei cittadini stranieri Stp (Stranieri Temporaneamente Presenti). «Gli immigrati prevalentemente uomini di giovane età, spesso con una buona scolarità, lamentano soprattutto disturbi di origine psicosomatica - spiega Cremonesi - Tra il 2007 e il 2009 i ricoveri di pazienti stranieri con Stp sono stati 102. E la percentuale di ricoveri urgenti per patologie psichiatriche legate spesso al abuso di stupefacenti e/o alcool è alta. Questo indica l' alto grado di disagio sociale di questi pazienti». Dallo studio emerge però un altro dato allarmante: il numero dei pazienti stranieri (Stp e non) visitati nei pronto soccorso della nostra regione è diminuito, passando nel 2007 da 22.622 a 18.568 nel 2009. Un effetto del pacchetto sicurezza che obbliga i migranti ad esibire il permesso di soggiorno. «Ma rivolgersi a un pronto soccorso è nella loro cultura. Soprattutto dal momento in cui non hanno accesso ai servizi di medicina generale e al pediatra di libera scelta, tendono a fare un uso ambulatoriale della struttura», spiega Cremonesi. E continua: «Per quanto riguarda il Galliera, che per il suo particolare bacino d' utenza rappresenta un campione statisticamente significativo, abbiamo fatto uno studio prendendo un campione di 160 persone, intervistando stranieri regolari, irregolari e clandestini. Il 59% ritiene che il suo stato di salute sia peggiorato da quando è in Italia e le cause dei sintomi e del malessere fisico il 32,26% lo attribuisce allo stress, le preoccupazioni e l' ansia». Le diagnosi di dimissioni riguardano maggiormente le malattie del sistema osteo-muscolare (16,77%), che spesso sono legate a sintomi emotivi non espressi. «La prevenzione? Con una politica dell' accoglienza e della formazione scolastica e con una migliore collocazione abitativa».
DOMENICA CANCHANO

giovedì 28 agosto 2014

DALL’ALTRA PARTE. CONSIDERAZIONI DI FRONTIERA di Ersilia Cannata


La frontiera è duplice, ambigua; talora è un ponte per incontrare l’altro, talora una barriera per respingerlo. Spesso è l’ossessione di situare qualcuno o qualcosa dall’altra parte; la letteratura fra le altre cose, è pure un viaggio alla ricerca di sfatare questo mito dell’altra parte, per comprendere che ognuno si trova ora al di qua, ora al di là – che ognuno, come in un mistero medievale, è l’Altro.
 […] le linee di frontiera sono anche linee che attraversano e tagliano un corpo, lo segnano come cicatrici o come rughe, dividono qualcuno non solo dal suo vicino ma anche da se stesso.
[…] ogni confine ha a che fare con l’insicurezza e col bisogno di una sicurezza. La frontiera è una necessità, perché senza di essa ovvero senza distinzione non c’è identità, non c’è forma, non c’è individualità e non c’è nemmeno una reale esistenza, perché essa viene risucchiata nell’informe e nell’indistinto. […] Tanta parte della più grande letteratura moderna e contemporanea è segnata da un duplice rapporto dell’io con le proprie frontiere, col loro dissolvimento […] e irrigidimento, entrambi letali.
[…] Il modo migliore per liberarsi dall’ossessione dell’identità è accettarla nella sua sempre precaria approssimazione e viverla spontaneamente ossia dimenticandosene : così come si vive senza pensare tutto il tempo al proprio sesso, al proprio stato civile o alla propria famiglia, è anche meglio vivere senza pensare troppo alla vita. Purché si sia consapevoli della loro relatività, è opportuno accettare i propri confini, come si accettano quelli della propria abitazione[…]. L’ossessione della propria identità, che tanto più si circonda di frontiere quanto più persegue una propria e regressiva purezza, conduce alla violenza […]. Le diversità, riscoperte e giustamente apprezzate quali varianti dell’universale umano, ne diventano negazione se assolutizzate.
[…] sul nostro futuro si profila lo spettro della migrazione di innumerevoli uomini i quali, spinti dal dolore e dalla fame, probabilmente abbandoneranno le loro radici, le loro frontiere, provocando odio e paura, che a loro volta condurranno a erigere nuove barriere. È dalla qualità della risposta a questi spostamenti epocali –risposta che dovrebbe essere libera da odio e da demagogia sentimentale- che dipenderà l’esistenza o almeno la dignità dell’Europa.

Claudio Magris, Dall’altra parte, considerazioni di frontiera. ID., Utopia e disincanto. Storie speranze illusioni del moderno (1974-1998)